Abbasso la radio

La Cristoforo Colombo è un’arteria che unisce Roma alle spiagge di Ostia. Viaggio a passo d’uomo. Ma non c’è il solito intasamento di auto che vanno al mare, come in estate. Io la percorro in senso opposto. Cerco di raggiungere il centro. Sono quasi le due. Il sole è alto e picchia forte.

Le ville di Casalpalocco scivolano lentamente alla mia sinistra. E alla fine sono quasi fermo. In un dramma a cielo aperto, a poco meno di 500 mt dalla rampa del grande raccordo anulare. Intanto i “Clash” tossiscono musica alla radio e accompagnano il ronzio della ventola.

Faccio ancora qualche metro. Sarà un incidente. La strada in questo tratto è brutta. Soprattutto nei giorni di festa, quando la gente poco abituata a guidare esprime maldestramente la sua gran voglia di superare il prossimo. Almeno in strada, visto che nella vita non gli riesce.

Non sopporto neanche questo di me. Questo mio esprimermi spesso giudicando gli altri rispetto al contesto. Soppesando. La stessa parte di me che quando vede un sorpasso azzardato maledice e augura il peggio. Ma il peggio si augura all’errore. Non a chi lo commette.

Intanto la fila scorre. La mia corsia avanza di qualche decina di metri. L’incidente è davanti ai miei occhi. Un’ambulanza è ferma sulla carreggiata. Poco più avanti una Smart ha il parabrezza spaccato. Attraversato da qualcuno. C’é del sangue.

Altre due auto sono ferme probabilmente implicate nella cosa. Una è imbiancata dal getto degli estintori. Sembra una vecchia Mercedes classe A. L’altra è parzialmente incastrata con la fiancata sul guard rail. È una jeep.

Li di fianco un telo verde adagiato sul prato. Copre un cadavere, ma non il sangue. I paramedici non si affannano. Non esiste un momento di concitazione. Soltanto silenzio. Quello che ti prende dentro e che ti strozza le parole.

Rifaccio mentalmente le traiettorie attraverso i puntini che il destino ha unito per creare quella scena. Sempre che sia andata come penso.

Abbasso subito la radio, non so perché.

Qualcuno forse non lo sa ancora, ma la sua vita è appena cambiata per sempre.

Siamo pensieri poco onniscienti in scatole craniche fragili, pure ipotesi di vita prigioniere di un corpo. In auto. In treno. In metro. Su una qualsiasi strada. Da questo punto dei miei pensieri vedo un altro me stesso. Laggiù, piccolissimo. Provvisorio, evanescente. Impotente.

Non so chi tu sia, ma possa il tuo percorso continuare senza altri incidenti. Possa la strada esserti amica, per sempre. Con la speranza che di strade da percorrere ne possano esitere ancora.

6 Risposte to “Abbasso la radio”

  1. unallegropessimista Says:

    Molto coinvolgente.

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  2. poetella Says:

    M’hai commosso. Bravo Orso.

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    • gianlucamarcucci Says:

      “Ci siamo sempre scontrati per i nostri caratteri così diversi o forse troppo simili.

      Caro papà, ti scrivo questa lettera per poterti dire tutto quello che mai ti ho detto. Lo so, non sono di molte parole, non mi confido mai, e a te, pur essendo il mio papà, non ti dico quasi mai che ti voglio bene. Vorrei che sapessi tante cose, ma non so se in questa lettera confusa riuscirò a rimediare al mio silenzio. Innanzitutto, scusami. Scusami se ti ho trattato male. Scusami e basta. Per te potrei costruire una torre, indistruttibile come il tuo amore. Ogni volta con il sorriso, ogni volta con la testa alta sei uscito da quella porta, e sei venuto da me. Papà, io ti voglio bene, lo sai, anche se non te lo dico mai. Ma sono fatta così, e me ne vergogno un po’. Per me speri tutto il meglio possibile, ma oggi voglio sperare anche io per te. Spero che la vita ti porti dei regali bellissimi, come quelli che con sacrificio porti tu a me. Spero che il lavoro che ti ha fatto tanto stare male non ti abbandoni più fino a quando sarai pronto a dire basta. Spero che il tuo passato sia solo un dolce ricordo, e non ti faccia mai soffrire. Spero che la tua vecchiaia scorra nel piacere della vecchiaia. Spero tante cose, forse troppe, ma quando ti guardo penso a quanto vorrei vederti un po’ più felice. Sai, papà, da bambina eri il mio gigante buono, così grande, così inimitabile, ma quando stringevo la tua mano enorme, sentivo come tra noi ci fosse qualcosa di speciale. Eri il mio compagno di giochi, il migliore, l’unico. E certo, ti vedevo poco, ma stare con te era semplicemente bellissimo. Poi, ovvio, si cresce, e sei cresciuto anche tu. I capelli sono più grigi, il corpo più stanco. Ma il tuo ruolo di papo è sempre stato impeccabile. Hai lottato tanto, contro tutti, contro chi voleva il male, e contro il destino. Hai vissuto per me dal primo momento che sono nata, ed ora forse ti è difficile accettare di non vedermi più bambina. Sai, in fondo ti capisco, ci provo. E so che non ti aiuto, quando, ribelle, mi allontano dalle tue conversazioni, quando mentre parli scrivo al cellulare, quando mi rifiuto di seguirti. Scusami per questo, per non saperti dimostrare che ti voglio bene. Ma sai, papà, anche io faccio fatica ad accettare tante cose. Le ingiustizie, ad esempio. O quella che chiami sfortuna. Non capisco. Sei una persona fantastica, che per gli altri farebbe tutto, e anzi, ha già fatto tanto. Sei una persona disponibile ad ogni ora, per una parola, un abbraccio, un consiglio. Ma poi, quando il bisogno ce lo hai tu, a chi ti rivolgi? Non ti ho mai visto chiedere nulla, papà, e la cosa mi dispiace. Mi dispiace, perchè so che il tuo orgoglio a volte ti impedisce, lo so, perchè da te l’ho ereditato, e a volte piega anche me. Ma vedi, non devi provare vergogna davanti a una domanda, sono altri che devono vergognarsi. Papà, in questa lettera non posso farti altro regalo che le mie parole, ma so che da me aspetti solo questo. Ti parlo e ti racconto ogni giorno di decine di cose, Non capivo che aspettavi solo il mio nome, nell’elenco. Sai, papà, ricordo come da bambina a scuola mi vantavo di te e del bel lavoro che facevi, di come fosse fica la tua macchina, di come fossi un bell’uomo e di tutte le cose che facevamo insieme . E scusami anche se non so capirti, a volte, perchè se ti comporti come quando ero piccola, è solo un segno che ti manco. Ma anche tu mi manchi, papà. Mi manchi sempre, anche se non te lo dico mai. Ti ho sempre visto indistruttibile, forte, come un supereroe, poi ti ho visto steso sul divano, ed ho capito che sei un essere umano. Ho capito anche che non ti serve stare bene per pensare a me, ho capito che per me faresti qualsiasi cosa, qualsiasi sacrificio, ed ora, mentre ci penso e scrivo, non so più che altre parole rivolgerti. Sono piena di grazie per te, che non mi hai lasciata mai da sola, che per me trovi sempre tempo, che per me rinunceresti a tutto. Sai, papà, a volte penso a quando un giorno qualcuno ti porterà via. E penso che non saprò come fare senza di te. Non ci vediamo spesso, ma sei fondamentale, credimi. Papà, tu sei la mia sicurezza, la mia certezza, la mia metà originaria, il mio papo preferito. Tutto ciò che ci lega, papà, è qualcosa di imprescindibile e indistruttibile, saranno forse le tue forze estreme, o forse le tue capacità…ma di certo non sono io. Sei tu, sempre tu, papà, che riesci a strappare un sorriso ovunque, e che anche nella sofferenza riesci a metterti in disparte, preoccupandoti per gli altri. Ma voglio dirti solo un’ultima cosa, e forse la più importante: non si può misurare il bene che ti voglio. Non cesserà mai di esistere l’idea della tua figura come il mio supereroe, papà, perchè tu mi hai amata incondizionatamente nonostante ogni parola ostile che ti ho rivolto, e sei qui, adesso, senza chiedere nulla se non la mia presenza, anche oggi. Ma quel tuo amore quotidiano che mi rivolgi, papà, oggi voglio che sia rivolto a te, incondizionatamente rivolto a te, perché anche se non hai ricevuto questo amore da bambino, voglio ora che tu lo riceva da adulto, e da papo. Caro papà, concludo questa lettera sperando che tu mi capisca, ma so che sarai sempre lì, come ogni giorni. Lo so, perchè il tuo amore è il legame più speciale che io abbia mai visto, e non può cambiare nè ora nè mai. Papà, ti voglio bene, tanto, buon natale.”

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