A volte lasciamo che sia un sentimento solo a definire la connotazione dei personaggi che incontriamo.
È allora che i buoni sono quelli che non ci fanno paura. E ne viene per deduzione che i cattivi sono tutti gli altri.
Il demone sotto al letto è un cattivo, fa sempre ansia il pensiero. Però non esiste. Colpa anche dei film a basso costo di Wes Craven se ogni tanto buttiamo un occhio. Oppure dei fratelli Grimm e del lupo se non ci addentriamo nel bosco.
Quel lupo che non è tanto buono, quanto cattivo, ma soltanto un animale affamato. Un essere che avrebbe voluto e vorrebbe nutrirsi come tutti noi.
Le nostre paure non quantificano la sua cattiveria, bensì definiscono soltanto il nostro ruolo nel contesto. E cioè che magari in quel determinato frangente, la preda siamo noi.
Il lupo non è stupido. Il lupo è astuto e attacca le pecore. Ma mai una pecora a caso. Attacca la più debole. La più lenta. Quindi occhio ad abbassare la guardia.
Abbiamo tutti il nostro lupo alle calcagna. Ed è un bene, perché eliminando il lupo dalla nostra vita rimane solo il nostro sconfinato narcisismo e un progressivo allontanamento dalla realtà.
Senza il lupo di turno perdiamo aggressività. Sviluppiamo convenienti filosofie di vita. Diventiamo attaccabili. Deboli. Inutili.
Il lupo forse è un dono per tutti e non solo un pericolo per i deboli, gli esclusi e le persone sole.
Non temerlo è il modo più facile per non oltrepassare mai i confini di niente. Per non limitare i nostri limiti. Perdere coscienza della nostra forza e delle nostre paure.
Ultimamente mi mancava, il lupo. Mi mancavano i suoi occhi negli occhi dei miei avversari. Nelle strade da affrontare ogni giorno.
Un lupo vero. Affamato. Non un canide attempato e inutilmente compiaciuto di una cattiveria che non ha. Ma una belva dolorosa e necessaria, quindi “opportuna”. Indispensabile nel corso della vita e lungo il viale del tempo.
Mi mancava, dicevo. Ma ora è tornato. Appena in tempo per il pranzo della domenica.


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