Si. Forse. Magari dopo.

Qualche volta ho pensato a quanto sia difficile raccontare a parole due corpi che fanno l’amore. 

Lembi di pelle che si sfiorano con delicatezza e cura meticolosi. Gesti quasi involontari che non anestetizzano le voglie. Attenzioni spasmodiche. Quel piacere del pensiero di un contatto, prima ancora che esista un contatto. 

E poi il sussultare leggero di corpi. La descrizione attenta di progressive incurvature dell’arco dorsale. Mani indocili che risalgono i pendii delle zone più intime. Mentre occhi socchiusi governano quella dolce disperazione tipica dell’ultima notte del mondo. 

Non è mai facile riempire un istante di significati. Con uno sguardo. Con una carezza. Con un bacio, dopo ogni spinta possibile. Nel momento in cui lo scrivo sento distintamente una contrazione nervosa nel petto. 

Riconosco uno sradicamento del tutto cardiaco del desiderio. Ho considerato il momento presente, la praticità del secondo che sto vivendo. Una ricerca della concretezza. Un necessario ritorno alle geometrie di un meraviglioso corpo di donna. 

La mia è una solitudine volontaria intrisa di senso, di posizionamento geografico, di conoscenza delle distanze. Ma non basta una semplice consapevolezza a fermarmi. Scrivo.

Le parole da sole non si rendono conto di quello che dicono. Ci vuole un cuore a riempirle di significato.  

È vero. Le rose sono meravigliose, ma le spine nascondono qualcosa di ingiusto e terribile. Una speranza discreta, una storia maleducata. 

Una malinconia accennata, un realtà spiacevole. Guardo l’universo attraverso le pagine di un libro che non riesco a terminare. 

Pagine ricche di possibilità. Piani folli e patetiche strategie di sopravvivenza. Inevitabili conflitti. Appaganti vittorie e sconfitte necessarie. 

Credo non sia altro che una particolare variante del caos, quella che tutti chiamano serenità. Una sensazione di crescente completezza. 

Quella zona trasparente e porosa da cui filtrano clandestinamente tutti gli aggettivi che un uomo può immaginare.

Ammirabile, stupenda, incantevole, sbalorditiva, prestigiosa, affascinante, stupefacente, strabiliante, spettacolare, intelligente, splendida, carnale, seducente, grandiosa, opportuna, fantastica, dolce, piacevole, adorabile, attraente, simpatica, deliziosa, squisita, divertente, bella e maledetta.

Certe sere mi lascio sedurre dalle cose che scrivo. Le gambe incrociate, le spalle appoggiate allo schienale del letto, lo schermo illuminato di un cellulare che si trasforma nel punto geografico dell’universo in cui ho spedito quella parola. Quella riga precisa. Quel pensiero. Quell’avverbio barocco. 

Avrei bisogno di fare due passi ma sta piovendo. Ho rivisto due pellicole di Tony Servillo. 

Ho ascoltato Pavane op.50, la colonna sonora de Il Divo. Poi ho riempito il bicchiere con succo di mela e sono arrivato a pagina 155 del mio nuovo libro. 

Proprio lì. Un po’ sulla destra. Tra un punto a capo e una virgola. Nascosta in mezzo a decine di figure retoriche, ossimori e avverbi quasi dimenticati. Forse si nasconde ancora la mia voglia di scrivere. 

Fuori continua a piovere ed è quasi l’alba. Dovrei riposare un po’. Dovrei lasciarmi da qualche parte e dimenticarmi un po’ di me.

Si. Forse. Magari dopo. Però trovo sia davvero geniale questa cosa che, alla fine di ogni notte, i giorni ricominciano sempre. 

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