Le cose fuori

Dicono che esiste un collegamento tra i sentimenti. Tra amore e rabbia. Tra la generosità di un uomo e i suoi sensi di colpa. In fondo la notte serve anche a questo.

Il piazzale della stazione è ancora vuoto. Ma riesco a sentire il rumore della quotidianità. Il bip di un semaforo per i non vedenti. Un uomo che sbuffa uscendo dalla Metro. Il rumore meccanico di una Cimbali che annuncia un cappuccino. Una donna che racconta i suoi luoghi comuni.

Adesso mi serve solo respirare qualche minuto. Giusto un istante. Godermi la luce innaturale ocra di un lampione arrugginito che fa concorrenza alla solita luna. Resto immobile. Tanto non passa nessuno. Solo un paio di gatti stanchi e magari nemmeno loro.

Questa notte ha portato la pace metallica delle auto parcheggiate, poche, in penombra, evanescenti. In lontananza un leggero stridio di gomme.

Per un attimo immagino la puzza dei freni che diventano caldi. Lo sforzo idraulico dello sterzo sulle ruote, lungo il raggio costante del tornate, quello che piega verso destra. Verso via Nizza.

La luce dei televisori accesi tossisce attraverso le tapparelle dei balconi. Da qualche parte qualcuno sta facendo l’amore. Altri dormono. Qualcuno forse sogna di farcela e io con lui. Prego e scuoto la testa. Guardo e sogno fortissimo. Continuo a puntare gli occhi nella stessa direzione di ieri anche se non vedo nulla.

Consapevolezze sparse.

Poi certe cose sei costretto a capirle. Pur non volendo. Pur continuando a puntare i piedi per non tornare nella realtà. Nel mio “fare un passo indietro quotidiano” si nasconde il piacere segreto della rinuncia. Quella specie di consolante sapore di mandorle e cioccolata che ogni tanto ti si annida nel cuore.

Si, lo so. Sono un maledetto romantico. E si può pensare di me quel che volete. Che sono fuori tempo. Fuori moda. Fuori contesto. Fuori stagione. O come dice mia figlia, che sono semplicemente “fuori”. Ed è molto probabile che sia davvero così.

Fuori come una seggiovia. Fuori come un periscopio. Fuori come un balcone, o un vaso di fiori. Eppure non conosco altre unità di misura che siano in grado di darmi un’idea dell’amore, se non quella con la quale immagino le cose impossibili. Le cose fuori.

È della loro stessa impossibilità che forse ci si innamora. Bisogna essere capaci, e io stasera non ho molta voglia di essere capace.

Prima di andare avrei voglia di incontrare un ricordo. Lo aspetto come si aspetta un caffè e una spremuta. Se prendo anche il cappuccino magari mi danno l’acqua in offerta.

Aspetto ancora di vedere la parte migliore di me sbucare all’improvviso da dietro una curva. Oltre la siepe sulla collina. Quella da cui si vede il mare e si sente arrivare l’odore degli gelsomini.

Faccio sogni invadenti quando resto solo, e mi pare che ci sia una confortante onestà nel loro svanire. Una sincerità che alla verità non è dato possedere. Una coerenza che so di non poter replicare.

Un uomo sta passeggiando con un cane al guinzaglio, perso nel quadrante illuminato del suo telefonino.

Stamattina il frecciarossa sfreccia via veloce attraverso sogni che non mi appartengono più.

Non che me ne importi granché di quali possano essere gli sviluppi dei giorni a venire.

Ho sorriso pensando a quanto sia defaticante navigare a vista. A come il tempo riesca a scorrermi dentro senza nemmeno toccarmi. A quanto sono belle le persone quando ti sorridono.

Io che vivo per sottrazione, rubando la scena ai miei demoni. Nascosto dietro un sipario, mentre la vita degli altri mi passa davanti. Mentre io faccio finta di non guardare. E invece sbircio sempre un po’.

Una Risposta to “Le cose fuori”

  1. poetella Says:

    Bene.
    L’inizio del pomeriggio di letture è andato proprio alla grande.
    Purtroppo temo si sia già alla fine.

    Ma continuo a leggere. Ché, che ne so… magari… boh!
    Qui, comunque, si sta proprio bene.

    Quasi quasi mi ci fermo ancora un po’…

    Piace a 1 persona

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