Un complesso gioco da adulti

È già passato molto tempo. Di anni ne avevo 32. A quei tempi mi credevo un perfetto interprete di nuove filosofie aziendali. Pronto al grande salto in una qualche azienda del nord.

Con i mesi mi sono reso conto che nella mia vita non ero destinato a questo. C’era qualcosa di diverso. Non ci ho messo molto a capire che in realtà l’unica società dove avrei potuto convivere con altri manager, era la mia. Ed è così che sono diventato il piccolissimo imprenditore che sono. Una sorta di piccolo principe.

Quel giorno ero a Milano. Stage aziendale conoscitivo presso la direzione generale di una nota società di gestione fondi. “Uffici super e parafulmini umani”, avrebbe detto il ragioniere più famoso d’Italia.

Quella mattina decisi di rimanere in mensa e durante la pausa pranzo mi presentarono, con molto ossequio, un manager. Un ragazzotto magro. Ben vestito. Stessa mia età o poco più. Mi dicono – è un vero talento, unico nel suo campo. Lui è il “Responsabile – Mondo”.

“Accidenti pensai tra me e me”. Dieci minuti più tardi mi appariva circondato da un’aura coi connotati mistici un altro signore, più anziano. Il Responsabile – Europa”. Sorrisi. Il mio fu un commento sarcastico diretto al mio interlocutore, “questo è un po’ meno grave dell’altro?”.

“Grave?”rispose. Ma io glissai le spiegazioni. Oggi però mi sento di darle quelle spiegazioni. Anche se adesso di anni ne ho 49. Faccio tutt’altro e sicuramente della mia vita non interessa a nessuno.

Mi chiesi se sul pianeta potesse esistere un imbecille, talmente imbecille, da convincersi ad accettare una definizione come quella. Così immaginai i suoi bambini a scuola rispondere.

“Che lavoro fa papà?”

“Il Responsabile Mondo”.

Certo. Magari si trattava solo di gergo aziendale, ma le parole sono importanti. È il titolo del mio blog, tratto da una celebre battuta di Nanni Moretti. Le parole sono importanti, generano conseguenze e sono connesse ai significati.

A forza di chiamarci in un certo modo, di definirci o di accettare le definizioni che ci vengono date va a finire che un po’ ci crediamo, no?

E così diventiamo il nomignolo che ci portiamo addosso. È così che cominciamo veramente e spietatamente ad apparire. Si smette di essere e si comincia a sembrare. A fare un gioco più sottile, pigro e letale. Il gioco di ruolo.

Il gioco del crederci. Quello che ci massacra. Quello che con l’utilizzo dei social media diventa la tenace finzione che non rende vere le cose, ma le esaspera.

L’infanzia inizia nel giorno in cui crediamo in ciò che vediamo. Poi un giorno diventiamo adulti e cominciamo a vedere solo ciò in cui si vuole credere. A un tratto ci si preoccupa più di apparire, dato che è su quello che si basano reputazione, stima e fiducia.

Titoli, onorificenze e trofei, soldi, auto, vacanze, fisico atletico e tutto il resto. Perché si deve vedere per credere. Perché si appare più totalmente, integralmente fino al midollo, appunto.

Noi che giochiamo ai professionisti, agli innamorati, ai vincenti e ai perdenti, agli uomini e donne di successo. Noi che giochiamo ai mariti fedeli e agli amanti soddisfatti. Che siamo figli perfetti e padri o madri impeccabili, che a ogni giro di ruota siamo lì e guardiamo il nostro piazzamento rispetto al contesto.

Se fossimo su un treno lanciato a folle corsa verso un destino fatalmente certo, forse daremmo il nostro meglio. Forse finalmente lo potremmo passare quel poco tempo in compagnia dei veri noi stessi.

Continuo a scrivermi addosso. La vita intanto scorre fuori e dentro questo assurdo gioco dei ruoli. Due universi diversi. Qualche segnalino. Probabilità e Imprevisti. Milioni di inutili e raccapriccianti bugie. Miliardi di falsi perbenismi bigotti. Appaganti come “Vicolo Corto”.

Ogni tanto provo a scusarmi con me stesso per quelle volte che l’io dell’altro universo ha giocato in mia vece e con la mia voce. Ma il ritmo delle scuse oggi è un canto inascoltato e molto impegnativo. Allora mi limiterò a formalizzare un classico “non ero veramente io”.

Che la vita sia molto più simile alle storie che si raccontano i bambini, lo avevo già scritto. Eppure continuano tutti a considerarlo “un complesso gioco da adulti.”

Una Risposta to “Un complesso gioco da adulti”

  1. Falupe Says:

    Sarebbe così semplice essere noi stessi, senza finzioni e falsità; premiare il dover apparire anziché l’essere

    Piace a 1 persona

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