Quella che deve ancora arrivare

Alice? Alice era una di quelle donne che quando ti guardava negli occhi era capace di farti scontare i tuoi peccati, fino alla decima generazione.

Lei poteva edificare un pensiero iniziando dal tetto, perché tanto era inutile sognare partendo delle fondamenta. Verbi come programmare, progettare, prevedere, osservare, provare, correggere.

Non che non ci fosse spazio anche per altri verbi. Era solo che serviva fare un’attenzione chirurgica per non appoggiarsi sempre e unicamente alla speranza di fare le cose giuste.

Alice diceva che la letteratura non era fatta per vendere, ma per appagare i sensi. Diceva che per guadagnare bastava scrivere come Fabio Volo. Poi un giorno improvvisamente lei smise di leggermi.

Alice spesso accarezzava un gatto e sorrideva. La pelle delle mani era chiara e il felino appagato socchiudeva gli occhi. Era felice. Ricordava storie della Sicilia e di Monmatre a Parigi.

Intanto i pensieri le scorrevano via, come scorre il traffico lungo il raccordo anulare. In fondo succedeva sempre e succede anche stasera. Come tutte le sere. Come una vita fa, o una vita che nessuno immagina e che deve ancora arrivare.

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